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Sant'Ambrogio di Milano
Il bene della morte
Il Leone Verde
Pag. 80 Formato: 11,5 x 16,5 cm. Anno: 1999 ISBN: 978-88-87139-20-4
€. 7.23 €. 6.87 (-5%)
Tra i Padri della Chiesa S. Aurelio Ambrogio da Treviri, vescovo di Milano, ebbe l’indiscussa capacità di mediare la ricchezza delle conoscenze dottrinali e la forma della penetrazione simbolica con una capacità e una vivezza di comunicazione fuori del comune, di cui abbiamo una ben nota testimonianza nelle Confessioni di S. Agostino. Il trattatello poco noto che qui viene presentato si pone già fin dal titolo sulla linea di un’apparente paradossalità, che viene a grado a grado smontata dall’autore con un suggestivo eloquio, dove la sapienza e la dialettica sono riscaldate dall’ardente slancio della fede e dal costante invito alla trascendenza. Prendendo a suo potenziale interlocutore l’uomo “comune”, l’uomo “che ragiona”, il santo ritorce la ragione contro se stessa e mostra come la paura della morte abbia origine dalla vita. Spiegata nelle sue varie accezioni, la morte diventa dunque - sulla base di un saldo appoggio scritturale e di una costante scrittura anagogica - un potente mezzo di rigenerazione spirituale: la morte al peccato e al mondo terreno (la morte in Cristo) diventa già in questa vita un’anticipazione dello stato paradisiaco; e la stessa morte fisica altro non sarà dunque che l’ultima liberazione dal carcere della carne, esito temuto solo da chi non sia riuscito a liberarsi qua dalle tenebre esistenziali. L’uomo contemporaneo occidentale vive in un mondo perversamente immemore della morte e degli eventi sottili ad essa connessi: egli si muove in una società desacralizzata come se già in essa fosse eterno, eppure non può - giorno per giorno - non avvertire l’incalzare del tempo e sentirsi alitare sul collo la grande Livellatrice, assolutamente impreparato ad incontrarla. Le savie parole di Ambrogio, che sono anche e soprattutto una via pratica, possono aiutarlo a prepararsi all’evento principale della sua vita e, se ne sarà capace, a utilizzarne tutta la potenzialità salvifica.
Dall'Introduzione I libri, se considerati come conoscenza allo stato “minerale”, si possono suddividere in due categorie: quelli che non è di necessità leggere e quelli che è di necessità non leggere. Tra i primi vanno annoverati tutti quei testi che recano traccia della Verità per la mano di chi ne ha avuto esperienza diretta, oppure ne ha tràdito indirettamente la testimonianza: questi sono in definitiva gli unici testi ‘utili’, e lo sono unicamente per il lettore che ha già mosso un passo dalle spire della necessità. I secondi sono invece i testi che nelle mani dell’uomo coatto nella necessità rivelano in tutta la sua nocività il fascino “terroso” della lettera.Giacché la Verità è l’Essere conosciuto come ciò che non può non essere, mentre la Necessità è l’Essere non conosciuto come tale, bensì conosciuto come Divenire, ovvero quel che può essere e non essere, l’uomo che conosce nella Verità, oltrepassa il suo essere nella necessità, e realizza in sé l’Essere, mentre l’uomo che conosce nella necessità che prende a essere nel Divenire, resta prigioniero dell’ignoranza ontologica (la mâyâ avidyâ del pensiero indù) e del Non-essere. Solo l’uomo ‘che conosce’ è in grado di rendere spirituale la lettera, rendendola utile e vitale, mentre l’uomo che già non conosce la renderà nociva e mortale. Costui crederà di apprendere a partire da una lettura, un insegnamento, un sermone, ma non confonderà che l’ombra con la sua causa, ossia si costruirà una “superstizione”, e di questa si pascerà soddisfatto, tralasciando di risalire alla vera causa da cui si produce questa ombra, cioè la Luce....
Dal Testo I. Perché la morte non è un male pur essendo contraria alla vita? 1. Avendo già scritto in un precedente libro un sermone sull’anima , ci sembra conseguente scrivere qualcosa sul bene della morte, la quale, qualora venisse a nuocere all’anima, potrebbe apparire come un male, ma nel caso contrario, cioè che essa in nulla può danneggiare l’anima, sarebbe allora un bene. Dal momento che non è male ciò che è bene, ed essendo male ciò che è legato al vizio, è dunque buono ciò che è senza vizio, essendo ovviamente i beni contrari ai mali e i mali ai beni. Vi è dunque ‘innocenza’ dove non compare volontà di nuocere, onde viene detto ‘nocivo’ chi non è ‘innocuo’, ‘misericorde’ chi perdona e ‘duro di cuore’ chi non sa indulgere né si lascia commuovere. 2. Qualcuno potrebbe asserire: «cosa vi è di più contrario alla vita se non la morte? Se dunque la vita è reputata un bene, perché la morte non dovrà essere un male?». Dobbiamo allora considerare cosa sia la vita e cosa sia la morte ...
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